Visualizzazione post con etichetta traduzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta traduzione. Mostra tutti i post

martedì 20 agosto 2019

La pattumiera e la poltrona



La pattumiera e la poltrona 
(Esopo 2019)

Poubelle sous le fauteuil.
La pattumiera sotto la poltrona.

Ha una sua grazia. E però cosa fa la pattumiera sotto la poltrona? Gioca uno scherzetto a una traduzione ballerina. Ma è una  traduzione ballerina  o si è trattato di mancanza di spazio sulla targhetta? O è una traduzione ballerina e in più ci si è messo lo spazio tiranno?

Conquistiamo lo spazio e rispettiamo la lingua.
Via l'articolo:
Poubelle sous le fauteuil.
Pattumiera sotto la poltrona. (Ma forse voleva essere La pattumiera è sotto la poltrona. Questioni di spazio...)
Mmm, ma quella pattumiera...

E allora:
Poubelle sous le fauteuil.
Cestino dei rifiuti sotto il sedile. (Si tratta di un treno.)

Oppure:
Poubelle sous le fauteuil.
Cestino della carta sotto il sedile.
Contenitore dei rifiuti sotto il sedile.

Troppo lungo?
Cestino sotto il sedile.
Ma che cestino, poi?

E via dicendo.

Ogni traduzione, anche la più ballerina, ha una sua storia.

sabato 23 dicembre 2017

Classificazioni


Quest'anno ho tradotto da due lingue molto lontane tra loro un romanzo ispirato a (orribili) fatti di cronaca, un giallo, un'autobiografia, una raccolta di racconti brevi. Ricomincio con un giallo, poi ci sarà un romanzo che nasconde elementi biografici dell'autore, e così via. Schizofrenia da traduttore: la varietà come elemento  dirompente del sistema periodico professionale. 

mercoledì 13 aprile 2016

Riflessi, rifletto

Concludo oggi la traduzione di un libro che mi sta a cuore. In realtà, la traduzione l'avevo consegnata un mese fa. Poi ho rivisto le bozze, parola per parola, e poi ancora altre bozze, quindi abbiamo ragionato con la redattrice sul secondo capitolo in cui l'autrice si diverte a depistare più che mai il lettore, e anche al traduttore è girata non poco la testa.
Una scelta coraggiosa, quella della scrittrice: confondere le tracce stilistiche, giocare con le voci, spezzare la narrazione. Servirebbe, per un romanzo così, un lettore disaffezionato alle cose facili, alla scrittura vaporosa, all'elenco elegante dei sinonimi o alla trama piana che lo conduce per mano, trasmettendogli magari anche qualche nozione. Per questo libro ci vuole un lettore indipendente.
Tradurlo, e chissà se ci sono veramente riuscita, è stato davvero un esercizio di concentrazione.
Ogni volta che rileggo, trovo parole che vorrei cambiare, registri un po' più alti del dovuto o un po' troppo bassi, una ripetizione che mi osserva beffarda a fine pagina, un fraintendimento, una interpretazione forse troppo personale, una battuta di una riga che mi è scivolata via come un pesce.    
Mi muovo verso una meta che si sposta continuamente di qualche centimetro più in là, alla rincorsa di una  perfettibilità costante che è la caratteristica della mia professione, ma anche un riflesso dei tempi.

lunedì 28 dicembre 2015

Cose belle di fine anno


Magnus: autoritratto giovanile, fine anni Cinquanta. Inedito (© Eredi Raviola).


1) Emma, piccola vicina al letto alto, che abbraccia il nonno e gli spiega che purtroppo non può tenergli compagnia e deve tornare a casa, come se il nonno capisse, e allora la zia sa che c'è ancora qualcuno che ha bisogno di lui.

2) La gatta che si ammala e diventa cieca e che nella sua fragilità è tenera e bisognosa e ancora più amica. La gatta è il mio logo. Perché il gatto (la gatta) di un traduttore è ben più di un gatto. È un collega che si fa i fatti suoi. Un compagno di riunioni. Uno che mentre tu fai la pausa caffè, lui (lei) fa la pausa crocchette. È come il gatto del disegnatore di fumetti. Come si può ben vedere dal mirabile autoritratto di Magnus* (grande, grande!) in apertura del post. Meno male che ho senz'altro alcuni mesi per godermela ancora, la mia gatta. Mi piace quella gatta, perché è di carattere bizzarro e irascibile. 

3) Il mio bellissimo computer nuovo che, mal compreso, mi fa perdere sei pagine di lavoro, un pomeriggio intero di traduzione. Però, siccome ho appena visto un film sulla devastazione della guerra in Bosnia, vado a letto senza recriminare.

4) Una traduzione rifiutata per mancanza di tempo. Pagata poco profumatamente e di un libro brutto. Ma se avessi avuto tempo, l'avrei accettata. Era un nuovo contatto. Poteva essere un buon contatto per altri futuri lavori. O comunque un contatto per altri futuri lavori. Quindi sono dispiaciuta. Quando avrò finito i libri belli sarò triste senza quello brutto, che forse in fondo mi sarei divertita a tradurre. E lo avrei fatto come se fosse stato un libro bello. E poi con questo mio mestiere non si sa mai. Chissà perché provo uno stupido senso di sollievo.


*Magnus e l'altrove, Favole, Oriente, leggende. A Bologna fino al 6 gennaio.





lunedì 28 settembre 2015

Non per soldi ma per denaro


Racconto una storia che per me è finita «bene». Bene tra virgolette perché poteva finire meglio. Però, insomma, non è finita malaccio. Poteva andare peggio, in poche parole. Risulta che (come direbbero gli spagnoli) un paio d'anni fa una casa editrice mi propose di acquistare da me i diritti di una vecchia traduzione. Ne fui molto contenta: di rivendere una traduzione fatta lustri prima non capita tutti i giorni. Accettai. Tempo dopo mi arrivò un contratto. Era talmente fumoso che lo feci riscrivere. Anche il nuovo contratto aveva qualche legnosità, ma comunque me lo avevano rifatto e decisi che poteva andare. Dopo qualche tempo la redattrice che seguiva il lavoro mi chiese se avevo i file originali, per poter pubblicare prima il libro. Sparsi in giro - la traduzione era stata scritta su un computer ormai antico - ce li avevo. In fondo, mi sembrò una buona occasione per controllare davvero  il lavoro del redattore su una traduzione dei miei quasi esordi, visto che l'editore che l'aveva pubblicata la prima volta non dava le bozze ai traduttori. Rilessi riga per riga i miei file confrontandoli con la traduzione pubblicata. La revisora dell’epoca aveva lavorato bene. I suoi erano stati interventi puntuali, quelli giusti, senza esagerare. Ne aggiunsi qualcuno mio, una parola cambiata per evitare un'assonanza, per precisare un termine. Mi prese tempo, non me l'aveva chiesto nessuno, ma non era lavoro sprecato. Non riuscirei mai, avendone la possibilità, a non rivedere una vecchia traduzione prima che vada in stampa di nuovo. Consegnai tutto prima di Natale. Passata la data di scadenza del pagamento scritta sul contratto, contattai il direttore editoriale. Mi rispose piccato che non era lui che si occupava della parte amministrativa. Chi se ne occupava mi rispose che purtroppo al momento non potevano dirmi quando mi avrebbero pagato. Attesi. In vent'anni di traduzioni non mi è mai capitato che non mi pagassero. Per quella casa editrice, però, non avevo mai lavorato e stupidamente non mi ero informata. Si arrivò all'estate del 2014. Minacciai di far inviare lettere dall'avvocato. Provai con le telefonate. Niente da fare. La somma che mi dovevano non era abbastanza alta da giustificare l'intervento di un avvocato, pensavo. Mio marito mi convinse del contrario. L'avvocato mandò quattro lettere. Niente. Neanche un cenno. Lo scorso maggio decisi per un ultimo tentativo. Scrissi una mail di questo tenore:
«Gentili signori,
ho fatto spedire quattro lettere dal mio avvocato senza che mi si degnasse di una risposta.
Lo trovo, come potrete ben capire, scorretto. Non solo perché mi avete proposto di acquistare i diritti della mia traduzione, ma anche perché mi avete chiesto i file originali.
Ora mi aspetterei una risposta in tono educato e non frettoloso. E possibilmente non il silenzio.
Ancora meglio un bonifico.»  
In giugno è arrivato il bonifico. Le spese dell’avvocato sono rimaste a carico mio, ma non importa.
Fine.

*Foto: murales a Reggio Emilia, dell'autore si vedono le iniziali del nome.

domenica 6 settembre 2015

L'universo dorme

l'enorme orecchio appoggiato alla zampa
stellata di zecche
declama Majakovskij nella Nuvola in calzoni e nella traduzione di Serena Vitale.
Ehi cielo,
dico a voi!
Toglietevi il cappello!
Arrivo! 
Togliamoci il cappello. Majakovskij è morto ma sulla sua morte indaga Serena Vitale - un cognome, un segno -  che  ci regala del poeta e dell'uomo un ritratto  vero, un ritratto letterario.
Passo in biblioteca, hanno esposto  il suo romanzo: è un romanzo, è una ricerca, è letteratura.
In copertina un Majakovskij inedito: è la prima volta che lo vedo con quel ciuffo di capelli. Se non sapessi già che il libro parla di lui, non lo avrei riconosciuto. Aguzzo per quel che posso la vista dietro gli occhiali da lettura e leggo:  scheda anagrafica dell'Ochrana di Mosca (Moskovskoe ochrannoe otdelenie). Dunque Majakovskij Vladimir Vladimirovič... data di nascita... altezza... fronte... naso ... baffi...
Immagine tratta dalla copertina 

Il 14 aprile 1930 alle 10.16 del mattino è morto, apparentemente sucida,  il cittadino Majakovskij. Questo più o meno lo sapevo, vediamo cosa mi racconta di nuovo Il defunto odiava i pettegolezzi.
Chino la testa sulla prima pagina e non ne vorrei più uscire. Sono a Mosca, sono negli anni Trenta. Oppure: sono tornata sui banchi dell'università, ho ancora vent'anni. Di sicuro, sto leggendo un romanzo  russo.
Anni fa, quando scrivevo recensioni per qualche giornale, mi dissero:  di un libro che ti piace, non scrivere mai semplicemente che è bello. Ma no. No, invece.
Che bel libro ha scritto Serena Vitale. Bello, molto bello.

Il defunto odiava i pettegolezzi, Serena Vitale, Adelphi

lunedì 1 giugno 2015

Archiviare la memoria (bandelle, perdite, nostalgia e letteratura russa)



Cerco qualche bandella esemplificativa per un corso che sto tenendo. Frugo nel file dove ho archiviato per vent’anni  tutte quelle che ho scritto.  Infatti, nella mia veste di revisore (quella che viene dopo la mia natura di traduttore e l’alias di insegnante), ho il compito di scrivere il risvolto di copertina dei libri che controllo. Nel passare l’elenco all’interno della cartella che ho chiamato prosaicamente «Bandelle»,  l’occhio mi cade sul titolo di un libro che avevo completamente dimenticato. Non solo non ricordavo più di averne scritto il risvolto: avevo completamente dimenticato di averlo letto. Ne sono dispiaciuta. L’autrice la conosco bene. Ho letto molte delle sue opere, alcune le ho tradotte. Ne ho parlato in un laboratorio di traduzione, l’ho apprezzata come persona – la persona che si coglieva attraverso la sua scrittura   oltre che come scrittrice. Ho amato i suoi racconti evocativi.
 Il libro in questione è la biografia molto personale di un poeta. La sua poesia l’ho analizzata a fondo all’università, e anche dopo, eppure non riesco a recuperare neanche un frammento di ricordo di quel libro. Il mio archivio mi assicura che quel file, quel breve testo destinato all’aletta, l’avevo consegnato il 24 marzo 2004. Sono passati anni. Probabilmente ho dimenticato tanti libri, non solo alcuni per nulla memorabili, ma anche altri che erano belli. Come per fare una prova, scorro qualche titolo e quando inciampo in uno che mi dice poco, apro il file. E la memoria ritorna.
Faccio lo stesso con Un figlio degli anni terribili. Vita di Aleksandr Blok. Riconosco il mio stile nella bandella (gli scrittori di bandelle, anche di quelle non autoriali, hanno comunque un loro stile), immagino il tono di Nina Berberova, mi viene nostalgia di Pietroburgo, provo una vaga sensazione di familiarità, ho la certezza che il libro mi era piaciuto, ma la struttura del testo resta una macchia caliginosa che rifiuta di prendere forma. Apro la cartella «Revisioni»: non ne trovo traccia.  Guardo nella mia libreria: purtroppo non ne ho nessuna copia. Me la procurerò. Nell’attesa rileggo la bandella:

Il 7 agosto 1921 moriva a Pietroburgo Aleksandr Blok. Proprio il giorno prima era arrivato il passaporto con cui il poeta si accingeva a lasciare la Russia. Tra le persone che parteciparono alla veglia funebre c'era anche una giovane Nina Berberova che di lì a poco sarebbe emigrata in Occidente.
Negli anni Quaranta la scrittrice, esule in Francia, rese omaggio a una delle voci più rappresentative del tumulto di un'epoca con una monografia fitta di ricordi diretti, dove viene evocata non solo la storia di Blok e della sua arte, ma anche la metamorfosi di un mondo intero, proiettato verso un futuro di radicali cambiamenti. Berberova racconta di Blok e dei suoi successi, dell'amore per la moglie Ljuba, delle altre donne amate, della controversa amicizia con Andrej Belyj, del passaggio da osservatore distaccato della rivoluzione a suo sostenitore; ma nello sviscerare l'uomo, illumina di luce variamente intensa - azzurra, rossa al tramonto e poi più smorta e gelida - la città dov'è nato il poeta che è anche la sua: Pietroburgo patria di Puskin, fiabesca capitale sulle rive della Neva, destinata a cambiare nome e a lasciare posto a «una città con altre lotte, altre forze, altre speranze». Nel ricostruire la vita del poeta, l'autrice restituisce un variegato ritratto umano in cui, alla passione per l'arte si alternano le vicende amorose, ma soprattutto il complesso universo del ceto intellettuale russo, le illusioni e le disillusioni di fronte alla rivoluzione. La scomparsa di Blok, uno dei maggiori poeti russi del Novecento, rappresenta una cesura. Scrive Nina Berberova: «Sentivamo tutti, in quel momento, la fine di una vita, la fine di una città, la fine di un mondo. I giovani che circondavano il feretro comprendevano che quel giorno forse era per loro un inizio. Come Blok e i suoi contemporanei erano stati 'i figli degli anni terribili', noi diventavamo ora i figli di Aleksandr Blok».

* Un figlio degli anni terribili. Vita di Aleksandr Blok è stato pubblicato da Guanda. La traduzione dal francese è di Dolores Musso.