IX.
Mi mancarono molte cose nella mia nuova vita. Ma
non quelle che mi sarei aspettata. Perché, più che per le persone, mi struggevo per gli oggetti, le
situazioni. La città non mi piacque granché. Quello che mi era sembrato grande,
ora era piccolo in confronto a quanto avevo perduto. La stanza da letto condivisa,
ad esempio. Nel grande lettone dormivamo in tre. Il materasso era gelido e ci
scaldavamo strofinandoci i piedi. Il calore del prete sotto le coperte durava
poco e non bastava per tutte le sorelle. L’odore della brace ci rimaneva
addosso come una fragranza casereccia. Come fossimo fatte di pane. Era allora, prima di cedere al sonno, che ci facevamo le confidenze più intime.
Si riducevano a poco, vista la nostra ingenuità, che non vuol dire,
come ho scoperto in seguito, non assaporare
le cose della natura. Era il modo di affrontarla, specchiato come la
superficie di un lago. La fiducia che la vita non ci avrebbe tradite mai,
offrendoci un marito amato, dei pargoli sani e ben pasciuti. Qualche abito da
sfoggiare la domenica e ai pranzi delle feste. A nessuna di noi andò esattamente così. E in fondo fu una
fortuna. La terra ci offriva le sue sfaccettature, la sua superficie sbalzata,
il suo paesaggio variegato.
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lunedì 16 dicembre 2013
venerdì 29 novembre 2013
Dal baule della nonna: racconto a episodi stile torta da credenza. VIII
Ero partita con una borsa rigonfia ricamata a punto e croce.
Aveva lo sfondo nero e un disegno a fiori scarlatti. Era
stata della madre della mamma, e lei l’apprezzava molto. L’ho conservata a
lungo e ora è eredità di una nipote. Gli angoli tondeggianti si sono spellati,
ma in alcuni punti il lavoro di cucito è ancora intatto. Si riconosce la mano
di una volta. Con i manici di cuoio
portavo qualche ricambio di biancheria, due o tre maglioni fatti a mano,
calzature più eleganti delle scarpe con le stringhe che indossavo, e un paio di
meravigliose calze di seta fumé. Nel cuore invece racchiudevo una sacca di
desolazione. Avevo finto di comprendere le ragioni materne, ma l’avvilimento mi
abbatteva. Al momento mi pareva che le cose da rimpiangere fossero ben più di
quelle per cui gioire.
Mi sarebbe mancato il sentimento, struggente e intrigante,
che provavo per mio fratello Primo, il quale, da bravo contadino con
l’occhio lungo, di qualcosa doveva
essersi accorto. Non volevo perdere l’affetto delle mie sorelle, lo spazio dei
campi intorno a casa, gli odori dell’aperta campagna, le rare carezze ruvide e
impacciate di mio padre. Potevo invece rinunciare con una certa sventata
allegria al lavoro dalla signora, grassa matrona paesana paludata in vesti
scure, dal ventre che s’indovinava flaccido, non cattiva ma munifica di ordini
perentori, continue pretese.
domenica 10 novembre 2013
Dal baule della nonna: racconto a episodi stile torta da credenza. VII
VII
Primo e Giulia si rotolavano spesso nella stalla dei cavalli, che la signora da cui a giorni alterni andavo a servizio si ostinava a chiamare scuderia, o nello scantinato della casa padronale, una decorosa villa a tre piani che si affacciava alla corte con la porta a vetri dalle persiane di legno. Le finestre, soprattutto alla vigilia di Natale e nel veglione dell’ultimo dell’anno, si accendevano di riflessi che ci facevano sperare, noi della cascina grande, in una ricchezza di là da venire. Le ragazze spiavano trasognate gli abiti da provincia sobria, lungi dal boom economico che l’avrebbe orientata verso scelte più barocche. I ragazzi invidiavano le pose arroganti degli uomini in completo scuro. Aspiravamo, insomma, al meglio che c’era a disposizione. Digiuni di viaggi, di orizzonti allargati, inesperti di riviste patinate, curiosi alla nostra maniera di qualche moda occhieggiata nelle rare puntate in città. Attratti dalle auto. Come quella del pasticcere.
Quell’uomo grosso, con il cappello a tesa larga sulla chioma
rossiccia, osservava con uno sguardo celeste
la varietà dell’incarnato dei figli della sua miglior fornitrice. Nei miei
occhi neri e nei riccioli inanellati, rimpianse la giovinezza di Milù.
All’epoca era raro che un uomo temesse la vecchiaia, la libertà sua era
infinita, mentre la mamma sapeva, anche senza bisogno del tanto decantato sesto
senso, che il tempo per lei, femmina procreatrice, era due volte più breve. Mi
amava molto, ma era di indole pratica. Per la sua
primogenita desiderava una buona occasione. La città in cui mi avrebbe mandata
non era certo la capitale di un impero e il pasticcere fulvo non somigliava al
principe Andrej, ma era delicato e gentile, nonostante la stazza da mangiatore
di pastella fritta nello strutto, e disposto a farmi studiare. A darmi un
mestiere e, visto che c’era, a farmi un corredo.
sabato 26 ottobre 2013
Dal baule della nonna: racconto a episodi stile torta da credenza. VI
VI
Primo ai miei occhi di ragazzina sospirosa e indaffarata era un vero adone, nonostante la goffaggine dell'età, i modi bruschi dell'ignoranza, la convinzione che essere un maschio gli avrebbe portato una gran fortuna. E non mi considerava. Ero la sorella più grande, la più sapiente e responsabile. Inoltre, mi stavo avvicinando pericolosamente a quella che allora si riteneva l’età da marito. Età desiderata e funesta a giudicare dalle gobbe delle contadine con i pargoli in spalla. Giulia era la sua ideale compagna di giochi, quella con cui spariva a fare il bagno al fiume; a lei erano riservati i suoi dispetti migliori: il solletico sotto le ascelle, gli strattoni ai capelli nel tragitto casa scuola, gli sgambetti sul sagrato della chiesa. Lei era svagata e canterina. Lui scatenato e giocoso. Io smorfiosetta e pensosa. Mi convinsi dunque che partivo sconfitta. A diciassette anni era già troppo tardi per accorgermi che l’allegria è una benedizione. La mia vitalità era crepuscolare. Soffrii dunque di gelosia in silenzio, affezionata com’ero ai miei consanguinei, persuasa che non ci dovevo pensare più.
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